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Ammazzare Il Tempo Di Eugenio Montale Essays

Eugenio Montale, Ammazzare il tempo (da Auto da fé. Cronache in due tempi, Il Saggiatore, Milano 1966.)

   Il problema più grave del nostro tempo non è tra quelli che si vedono denunziati a caratteri di scatola nelle prime pagine dei giornali; e non ha nulla in comune, per esempio, col futuro status di Berlino o con l’eventualità di una guerra atomica di struggitrice di una metà del mondo. Problemi simili sono d’ordine storico e prima o poi giungono a una soluzione, sia pure con risultati spaventosi. Nessuna guerra impedirà all’umanità futura di vantare ulteriori magnifiche sorti nel quadro di una sempre più perfetta ed ecumenica civiltà industriale. Un mondo semidistrutto, che risorgesse domani dalle ceneri, in pochi decenni assumerebbe un volto non troppo diverso dal nostro mondo d’oggi. Anzi, oggi è lo spirito di conservazione che rallenta il processo. Qualora non ci fosse più nulla da conservare il progresso tecnico si farebbe molto più veloce. Anche l’uccisione su larga scala di uomini e cose può rappresentare, a lunga scadenza, un buon investimento del capitale umano. Fin qui si resta nella storia. Ma c’è un’uccisione, quella del tempo, che non sembra possa dare frutto. Ammazzare il tempo è il problema sempre più preoccupante che si presenta all’uomo d’oggi e di domani.

   Non penso all’automazione, che ridurrà sempre più le ore dedicate al lavoro. Può darsi che quando la settimana lavorativa sarà scesa da cinque a quattro o a tre si finisca per dare il bando alle macchine attualmente impiegate per sostituire l’uomo. Può darsi che allora si inventino nuovi tipi di lavoro inutile per non lasciare sul lastrico milioni o miliardi di disoccupati, ma si tratterà pur sempre di un lavoro che lascerà un ampio margine di ore libere, di ore in cui si potrà eludere lo spettro del tempo.

   Perché si lavora? Certo per produrre cose e servizi utili alla società umana, ma anche, e soprattutto, per accrescere i bisogni dell’uomo, cioè per ridurre al minimo le ore in cui è più facile che si presenti a noi questo odiato fantasma del tempo. Accrescendo i bisogni inutili, si tiene l’uomo occupato anche quando egli suppone di essere libero. “Passare il tempo” dinanzi al video o assistendo a una partita di calcio non è veramente un ozio, è uno svago, ossia un modo di divagare dal pericoloso mostro, di allontanarsene. Ammazzare il tempo non si può senza riempirlo di occupazioni che colmino quel vuoto. E poiché pochi sono gli uomini capaci di guardare con fermo ciglio in quel vuoto, ecco la necessità sociale di fare qualcosa, anche se questo qualcosa serve appena ad anestetizzare la vaga apprensione che quel vuoto si ripresenti in noi.

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   Montale, un poeta che osserva negli anni sessanta del Novecento la trasformazione dell’uomo e del tempo dell’uomo, cogliendo in anticipo questioni fondamentali poste dalla nuova civilizzazione tecnologica. L’esperienza storica delle guerre mondiali ha insegnato che si possono distruggere città, uomini e paesi ricostruendo più o meno quello che era andato devastato, salvo riedificare la voragine psichica che la guerra aveva creato negli esseri umani e che, forse, non è mai stata chiusa. “Ammazzare il tempo” diventa per Montale il nodo cruciale del futuro dell’umanità: non la distrazione e la ricreazione dopo le otto ore lavorative, ma una sorta di lavoro suppletivo che tende ad “occupare” le persone, a narcotizzarle pur di evitare loro uno scontro diretto con il Kronos, il tempo calcolabile in cui ognuno è costretto a non riflettere, a non analizzare i propri vuoti, i vuoti stessi prodotti dall’idea del tempo. Sono i “bisogni inutili” che oggi ben conosciamo e che Montale aveva soltanto intuito: bisogno di evadere dalla realtà riempiendo spazi che altrimenti la noia renderebbe invivibili (non l’ennui del dandy di Baudelaire, che ha a che fare comunque con la creazione artistica), necessità di appropriarsi dei minuti, delle ore facendole scorrere vorticosamente pur di non viverle direttamente con tutto il bagaglio angoscioso che esse apportano. Sballarsi, dimenticare ciò che si è, annullarsi, rimuovere il tormento dell’esistenza attraverso attività ancora più alienanti, azioni ossessive e compulsive divenute abitudini imprescindibili. Montale pensava alla televisione o allo spettacolo del calcio, non poteva ancora conoscere ciò che la rivoluzione informatica avrebbe realizzato, i nuovi strumenti telematici che si sono aggiunti agli antichi, quali il computer, Internet, i cellulari, gli iPod ecc.. Quell’ “Ammazzare il tempo”, che negli anni ’60 significava trascorrere le otto ore non lavorative davanti al teleschermo, allo stadio o in una sala da ballo, si è evoluto, diventando una nuova catena di montaggio per la produzione dei bisogni inutili, occupando i lavoratori nella costruzione di oggetti tecnologici tesi a sottrarre illusoriamente l’uomo all’abisso del tempo. Il problema non è stato risolto, dinanzi all’Eternità di un tempo non calcolabile il nostro piccolo e ingombrante tempo va distolto, accantonato, addomesticato, addomesticando noi con quelle piccole “uccisioni” quotidiane che ci separano dalla percezione della fine, della morte. Forse Montale ha riflettuto sul fallimento di tutto o quasi il pensiero occidentale, ha consolidato ulteriormente i suoi dubbi, come la parte finale della sua produzione poetica dimostra (cfr. Rabberciando alla meglio / il sistema hegeliano / si campa da più di un secolo / E naturalmente invano in Poesie disperse, 1981), sposando uno scetticismo che ricorda molto le ultime considerazioni di Martin Heidegger, ma non si esclude che il pessimismo radicale del poeta genovese sia fondamentalmente l’appressarsi suo al tramonto della vita, all’occidente che in questa parte del mondo pesa come un macigno sulla nostra cultura.

© Marco Vignolo Gargini

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Informazioni su Marco Vignolo Gargini

Marco Vignolo Gargini, nato a Lucca il 4 luglio 1964, laureato in Filosofia (indirizzo estetico) presso l’Università degli Studi di Pisa. Lavora dal 1986 in qualità di attore e regista in rappresentazioni di vario genere: teatro, spettacoli multimediali, opere radiofoniche, letture in pubblico. Consulente filosofico e operatore culturale, ha scritto numerose opere di narrativa tra cui i romanzi "Bela Lugosi è morto", Fazi editore 2000 e "Il sorriso di Atlantide", Prospettiva editrice 2003, i saggi "Oscar Wilde – Il critico artista", Prospettiva editrice 2007 e "Calciodangolo", Prospettiva editrice 2013, nel 2014 ha pubblicato insieme ad Andrea Giannasi "La Guerra a Lucca. 8 settembre 1943 - 5 settembre 1944", per i tipi di Tra le righe libri, nel 2016 è uscito il suo "Paragrafo 175- La memoria corta del 27 gennaio", per i tipi di Tra le righe libri; è traduttore di oltre una trentina di testi da autori come Poe, Rimbaud, Shakespeare, Wilde. Nel 2005 il suo articolo "Le poète de sept ans" è stato incluso nel 2° numero interamente dedicato a Arthur Rimbaud sulla rivista Cahiers de littérature française, nata dalla collaborazione tra il Centre de recherche sur la littérature français du XIX siècle della Università della Sorbona di Parigi e l’Università di Bergamo. È stato Presidente dell’Associazione Culturale “Cesare Viviani” di Lucca. Molte sue opere sono presenti sul sito www.romanzieri.com. Il suo blog è https://marteau7927.wordpress.com/ ****************** Marco Vignolo Gargini, born in Lucca July 4, 1964, with a degree in Philosophy (Aesthetic) at the University of Pisa. He works since 1986 as an actor and director in representations of various kinds: theater, multimedia shows, radio plays, readings in public. Philosophical counselor and cultural worker, has written numerous works of fiction, including the novels "Bela Lugosi è morto", Fazi Editore 2000 and "Il sorriso di Atlantide," Prospettiva editrice 2003, essays "Oscar Wilde - Il critico artista," Prospettiva editrice in 2007 and "Calciodangolo" Prospettiva editrice in 2013, in 2014 he published together with Andrea Giannasi "La guerra a Lucca. September 8, 1943 - September 5, 1944," for the types of Tra le righe libri, in 2016 he published "Paragrafo 175 - La memoria corta del 27 gennaio", for the types of Tra le righe libri; He's translator of more than thirty texts by authors such as Poe, Rimbaud, Shakespeare, Wilde. In 2005 his article "The poète de sept ans" was included in the 2nd issue entirely dedicated to Arthur Rimbaud in the journal "Cahiers de littérature française II", a collaboration between the Centre de recherche sur la littérature français du XIX siècle the Sorbonne University Paris and the University of Bergamo. He was President of the Cultural Association "Cesare Viviani" of Lucca. Many of his works are on the site www.romanzieri.com. His blog is https://marteau7927.wordpress.com/

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Inhaltsverzeichnis

1. Introduzione

2. Dall’Italia postfascista al ’68. Gli eventi storici accaduti durante il lungo silenzio poetico di Montale tra "La bufera e altro" e "Satura"

3. La posizione di Montale nei confronti della Storia. Le anticipazioni di "Auto da fé"

4. L’antistoricismo montaliano in Satura
4.1. "La storia"
4.2. "Dialogo"

5. Conclusioni

6. Appendice

7. Indice bibliografico

1. Introduzione

Tra i grandi temi affrontati da Montale nella quarta raccolta poetica "Satura" - che come già il titolo preannuncia in uno dei suoi molteplici significati, quello cioè dell’antico piatto dei latini satura lanx, composto da numerosi ingredienti - assume un significato par- ticolarmente affascinante quello del rapporto del poeta con la Storia, quella con la esse ma- iuscola, quella dell’umanità, e, ad essa imprescindibilmente legato, il tema della condizio- ne dell’uomo occidentale e della crisi di un’intera civiltà1, che può essere a chiare lettere definito come l’antistoricismo postmodernista, il quale ricopre un ruolo determinante nel- l’ultima fase del poeta ligure e che è identificabile in nuce, come vedremo al terzo punto di questa analisi, già nella raccolta "Auto da fé".2 Questo tema riveste inoltre un ruolo parti- colarmente importante perché può essere rintracciato in maniera chiara anche nella (poca) poesia di Eugenio Montale successiva a "Satura", in quel "Diario del ’71 e ’72" prepotente- mente solipsista ed autoreferenziale, pubblicato soltanto dopo la morte dell’autore, che non prevede, se non in minima parte, referenti esterni (esclude di fatto il lettore, la cui interpre- tazione sembra non essere più richiesta) e che per questo motivo può essere a pieno titolo considerato, secondo Casadei, fuori dalla Storia.3 Non è un caso, così, che proprio la parola storia, insieme a tempo, sia quella maggiormente ricorrente nell’intera raccolta.4

Per questo motivo è stato ritenuto importante, al secondo punto di questo lavoro, tracciare il percorso umano del poeta, degli avvenimenti personali ma soprattutto quelli della società del tempo in cui egli ha vissuto, non solo quella italiana, ma anche quella eu- ropea e mondiale, che hanno influito in maniera determinante sul suo pensiero antistoricis- ta.

La seconda parte di questa ricerca, al punto numero tre, cercherà di individuare il pensiero cardine del poeta genovese all’interno della precedente raccolta di brevi saggi "Auto da fé", la quale, sebbene costituisca un’opera completamente indipendente da "Satura" - fosse altro dal punto di vista stilistico, trattandosi di prosa anziché di poesia - non può in una tale analisi rimanere esclusa, in quanto vi possono essere rintracciati, come già accennato, numerosi riferimenti fondamentali e accenni di pensieri che verranno svi- luppati dal poeta successivamente proprio in "Satura".5

Il quarto punto di questa ricerca costituisce la parte principale, cioè l’analisi nel quale si cercherà di dimostrare il pensiero di Eugenio Montale riguardo alla Storia sulla base di due significative poesie tratte dalla quarta raccolta poetica. Nello specifico, verranno analizzate prima "La storia" e poi "Dialogo", rispettivamente ai punti 4.1 e 4.2.

Al punto cinque sono dedicate poi le conclusioni, dove dopo un quadro di insieme di ciò che è stato possibile osservare, si lascerà spazio alle riflessioni finali e a quelli che e- ventualmente possono essere gli interrogativi lasciati aperti.

Appare necessario, seppur ovvio, ricordare che questa analisi, come chiaramente comprensibile dal titolo, concentrerà la propria attenzione sul tema della Storia e dell’anti- storicismo del poeta presenti nella quarta raccolta poetica, tralasciando altri temi altrettanto importanti presenti in "Satura", tra gli altri, ad esempio, il tema della donna, particolarmen- te significativo per il sopraggiungimento della scomparsa della moglie avvenuta il 20 otto- bre del 1963, i quali verranno talvolta brevemente accennati o citati, magari perché presen- ti all’interno delle stesse poesie analizzate. Questo naturalmente non perché essi rivestano un’importanza secondaria, bensì a causa di ovvi motivi di spazio, in quanto meriterebbero allo stesso modo un’analisi esclusivamente a loro dedicata e sarebbe estremamente ridutti- vo descriverli solo brevemente o a grandi linee.

Allo stesso modo, la scelta delle due poesie analizzate è caduta su quelle a nostro giudizio assolutamente più significative della raccolta, per le quali si può veramente spendere la definizione di esempio. Anche in questo caso sarebbe stato naturalmente possibile ampliare l’analisi ad altri componimenti della raccolta, si pensi a "Fanfara", alle tre "Botta e risposta", allo Xenium 13 (conosciuto anche con il titolo dal primo verso «Ho appeso nella mia stanza il dagherrotipo»), ma questo non è avvenuto sempre per motivi di spazio sufficiente mancante per un’analisi degna di questo nome.

Le opere di critica letteraria utilizzate in questa analisi sono, in ordine cronologico, il pionieristico lavoro di Umberto Carpi "Montale dopo il fascismo dalla Bufera a Satura" (1971), particolarmente interessante per l’accento posto dall’autore proprio sullo sviluppo del pensiero storico montaliano sulla base degli avvenimenti storici e politici italiani, "Il tempo in Montale. Storia di un tema" (1978) di Elisabetta Graziosi, il notevole lavoro di Marco Forti (1983) "Eugenio Montale. La poesia, la prosa di fantasia e d’invenzione", fon- te di numerose interpretazioni inedite, l’analisi di Jared Becker "Eugenio Montale" (1986), quelle dello stesso anno di Romano Luperini "Storia di Montale" e di Silvio Ramat, anche questa particolarmente importante, "L’acacia ferita e altri saggi su Montale", così come quella di Fabio Dorigo "Il nulla che basta. Itinerari montaliani" (1986). Degli anni Novanta significativi si sono rivelati i contributi di Mario Martelli "Le glosse degli scoliasti. Pretesti montaliani" (1991), "Prospettive montaliane. Dagli «Ossi» alle ultime raccolte"(1992) di Alberto Casadei ed "Eugenio Montale" (1996) di Giuseppe Milano. Pubblicato nello stesso 1996 è il notevole lavoro in lingua tedesca di Angelina Monego "Zeit und Poetik in der Lyrik Eugenio Montales", anch’esso spunto per lo sviluppo di interessanti osservazioni. Degli anni Duemila, oltre al lavoro di Angelo Marchese "Montale. La ricerca dell’altro" (2000), che concentra il proprio obiettivo sullo sviluppo dei pensieri da "Auto da fé" alle o- pere dell’ultima fase montaliana, un ruolo particolarmente importante lo ha rappresentato il saggio in lingua inglese di Éanna Ó Ceallacháin dal titolo "Eugenio Montale. The Poetry of the Later Years" del 2001. Altri saggi degni di nota sono "Montale" (2002) di Giovanna Ioli, quello di Franco Croce "La storia della poesia di Eugenio Montale" (2005), il lavoro del 2008 del già citato Alberto Casadei "Montale" e gli ultimi tre recentissimi lavori: "Montale. L’arte è la forma di vita di chi propriamente non vive." (2011) di Elio Gioanola, l’interessantissimo "Taccuino per Satura. Elaborazione e tematiche del quarto libro di Montale" (2012) di Filippo Grazzini e la raccolta di saggi di Glauco Cambon in traduzione italiana a cura di Riccardo Scrivano "Saggi montaliani (1960-1984)" del 2013.

2. Dall’Italia postfascista al ’68. Gli eventi storici accaduti durante il lungo silen- zio del poeta tra "La Bufera e altro" e "Satura"

Tra l’uscita della raccolta poetica "La Bufera e altro" e quella di "Satura" intercor- rono ben quindici anni, nei quali Montale, da un punto di vista poetico, produce poco o niente - se si esclude lo "Xenia" che non casualmente costituisce non a caso il nocciolo di "Satura", nella quale verrà successivamente integrato - bensì sposta la propria attenzione verso la scrittura giornalistica, con la proficua e intensa collaborazione con il quotidiano milanese "Corriere della Sera". Quando molti ritenevano che la sua attività come poeta si fosse definitivamente conclusa, addirittura Montale stesso, ecco che nel 1971 viene pubbli- cato "Satura".6 Le ragioni per cui il poeta abbia rarefatto così significativamente la stesura di poesie in questi anni sono molteplici e non tutte facilmente individuabili bensì soltanto ipotizzabili. Quello che può, tuttavia, essere affermato con estrema sicurezza, è che questo lungo silenzio sia indice di grande riflessione del poeta, che si trova a vivere in una società diversa da come probabilmente si era immaginato, sicuramente profondamente cambiata rispetto a quella della sua gioventù prebellica. Altresì oggettivo è il numero considerevole di eventi storici, politici, personali di estrema importanza che si susseguono in questi anni che si snodano tra il decennio successivo alla caduta del regime fascista, quello della ricos- truzione e del boom economico in Italia e dell’inizio della Guerra Fredda tra Stati Uniti ed Unione Sovietica a livello mondiale, e gli anni Sessanta del colpo di stato militare in Gre- cia (si pensi a "Botta e risposta III")7, della repressione nel sangue della primavera di Praga da parte delle truppe del Patto di Varsavia (amari sono i versi di "Un gesuita moderno": «la guerra / quando sia progressista / perché invade / violenta non violenta / secondo accade / ma sia l’ultima / e lo è sempre / per sua costituzione»)8 e dell’esplodere della contestazione giovanile nella società occidentale, da lui non particolarmente apprezzata, che dalle univer- sità americane si espande velocemente a macchia d’olio nel Vecchio Continente alle uni- versità francesi, italiane e tedesche occidentali.9 Dopo che il 25 aprile 1945 sul regime fa- scista è calato definitivamente il sipario dopo oltre venti anni di dittatura ed un paio di guerra civile, l’Italia si trova, nei mesi e negli anni immediatamente successivi, in uno stato di incertezza politica e di tensione tra quelle che erano state le diverse anime della Resi- stenza, che si risolve col consolidamento al potere del partito di centro della Democrazia Cristiana e della relegazione delle sinistre, i partiti comunista e quello socialista, al ruolo di opposizione. Contemporaneamente si dissolve in pochi mesi il Partito d’Azione, che aveva ricoperto un ruolo molto importante durante la lotta al regime mussoliniano, ma che nella nuova Italia democratica vede venire meno il suo stesso motivo di esistenza. Questo rap- presenta una forte delusione politica per il poeta genovese, che lo porta ad allontanarsi dal- la politica attiva.10 Ed è già in questo periodo che Montale esprime una sorta di amarezza e di smarrimento in un periodo dove le ideologie sembrano aver fallito, e dove il credo fascista sembra essere stato sostituito da quello, a detta di Montale, altrettanto conformista del comunismo, se si pensa che questi sono anche gli anni dello svelamento dei crimini dell’era stalinista dopo la morte del dittatore11 e del pugno di ferro sovietico con l’intervento dei carri armati a sedare le proteste a Budapest nel 1956.12 Questi sono, come già accennato, anche gli anni del Miracolo Economico in Italia e in Europa (su tutti il Wirtschaftswunder tedesco) e del prepotente passaggio alla società di consumo e che porta a quella alienazione dell’individuo aspramente crticata da Montale.13

3. La posizione di Montale nei confronti della storia. Le anticipazioni di "Auto da fé"

La raccolta di saggi "Auto da fé", pubblicata nel 1966 ma contenente saggi scritti fin dai primi anni Cinquanta, anticipa di cinque anni la pubblicazione di "Satura", uscita nel 1971, ma è in parte ad essa contemporanea, in quanto uno di quelli che saranno i nuclei centrali di "Satura", lo "Xenia, viene pubblicato proprio nello stesso anno dell’uscita di "Auto da fé". Questo mero dato "anagrafico" ci fornisce una prima conferma del fatto che le due opere siano legate tra di loro, e lo sono infatti strettamente, e non solo per una con- comitanza delle date di pubblicazione delle stesse. In "Auto da fé", infatti, come ben argo- menta Marchese14, può essere rintracciata in nuce la posizione di Montale sulla Storia e lo sviluppo del suo pensiero antistoricista che metterà in versi nelle poesie di "Satura". Essa ci mostra altresì come esso sia stato sì influenzato dagli eventi storici e politici di quegli anni, ma di come alla stessa maniera fosse in qualche modo già presente fin dagli anni Cinquanta, per poi rafforzarsi negli anni a venire.15

È così possibile rintrovarvi quella sfiducia nella Storia intesa come processo di pro- gresso, come marcia verso un futuro migliore - secondo la tradizione positivista, idealista hegeliana e poi marxista, ma anche della corrente teologica facente capo al da lui ironicamente definito "gesuita moderno" Theilhard de Chardin, il quale difende tesi simili dietro una giustificazione teologica e che sarà oggetto di aspra critica da parte del poeta in altri suoi scritti16 - come una catena, una sequenza ininterrotta di accadimenti nella quale gli e- venti negativi sono sempre compensati da quelli positivi ed i vantaggi alla fine sono superiori agli svantaggi17, che "attraverso il peggio si vada verso il meglio", scrive sul "Corriere della Sera" il 19 aprile del 197018, una garanzia di ottimismo a tutti i costi che non può che essere oggetto di irrisione per il tardo Montale.19 La sua aspra critica è ben riassunta nel saggio "Ammazzare il tempo" del 7 novembre 1952:

Un mondo semidistrutto, che risorgesse domani dalle ceneri, in pochi decenni assumerebbe un volto non troppo diverso dal mondo di oggi. [...] Anche l’uccisione su larga scala di uomini e di cose può rappresentare, a lunga scadenza, un buon investimento del capitale umano.20

Una conclusione, quella del poeta, che sembra nascondere anche una certa dose di nichilismo con richiami ancestrali ad una possibile catastrofe nucleare.21 Montale, però, non critica soltanto la Storia come (non) portatrice di progresso, bensì la concezione della stessa come processo, come catena di eventi e di cause ed effetti che possono essere narrati in ordine cronologico e in successione.

[...]



1 Mario Martelli: Le glosse dello scoliasta. Pretesti montaliani. Firenze: Vallecchi 1991, pag. 103.

2 Angelo Marchese: Montale. La ricerca dell ’ altro. Padova: Edizioni Messaggero 2000, pag. 177.

3 Alberto Casadei: Prospettive montaliane. Dagli « Ossi » alle ultime raccolte. Pisa: Giardini 1992, pag. 112.

4 Silvio Ramat. L ’ acacia ferita e altri saggi su Montale. Venezia: Marsilio 1986, pag. 154.

5 Il legame stretto tra le due opere che non si basa soltanto su una mera concomitanza cronologica viene riconosciuto fin da subito. Tra i primi studi critici sull’opera si veda, fra gli altri, il lavoro di Elisabetta Graziosi: Il tempo in Montale. Storia di un tema. Firenze: La Nuova Italia 1978, pagg. 130 e sgg.

6 Forti riferisce come uno dei fattori che riportarono Montale all’idea di scrivere poesia sia stata la sua nomina a senatore a vita avvenuta il 13 giugno 1963, che gli permise di avere più a tempo a disposizione rispetto all’intensa fase precedente di scritti giornalistici come collaboratore del "Corriere della Sera". Vedi Marco Forti: Eugenio Montale. La poesia, la prosa di fantasia e d ’ invenzione. Milano: Mursia 1983, pag. 352.

7 Vedi anche Jared Becker: Eugenio Montale. Boston: Twayne 1986, pagg. 122-123.

8 Vedi anche Éanna Ó Ceallacháin: Eugenio Montale. The Poetry of the Later Years. Oxford: European Humanities Research Center 2001, pag. 66.

9 Franco Croce: La storia della poesia di Eugenio Montale. Genova/Milano: Costa & Nolan 2005, pag. 75. Vedi anche Casadei (1992), pag. 86.

10 Filippo Grazzini: Taccuino per "Satura". Elaborazione e tematiche del quarto libro di Montale. Viterbo: Sette Città 2012, pag. 11.

11 Vedi anche Ramat, pag. 148.

12 «Il fascismo aveva dispensato i giovani dal pensare, distribuendo prebende a coloro che mostravano maggior voglia di servire o maggiore aggressività biologica. [...] Quale fede è rimasta ai giovani di oggi? I molti che hanno aderito al comunismo sono passati da un conformismo a un altro [...]. Il partito di maggior peso, la DC, non è tale, per sua natura, da poter accendere l’entusiasmo dei giovani [...]. » Da "Né in Dio né in Marx" in: Eugenio Montale: Auto da f é . Cronache in due tempi. Milano: Mondadori 1995 , pagg. 51-52.

13 Vedi anche Romano Luperini: Storia di Montale. Bari/Roma: Laterza 1986, pagg. 195-196.

14 Marchese, pag.116.

15 Vedi anche Umberto Carpi: Montale dopo il fascismo dalla "Bufera" a "Satura". Padova: Liviana 1971, pag. 166.

16Ebd. pag. 174.

17 Si veda a questo proposito anche il saggio nella stessa raccolta Giudizio sulla storia, pagg. 324 e sgg.

18 Vedi anche Carpi, pag. 161.

19 Elio Gioanola: L ’ arte è la forma di vita di chi propriamente non vive. Milano: Jaca Book 2011, pag. 357.

20Auto da f é . Cronache in due tempi, pag. 194.

21 L’aspra critica allo storicismo tout court, sia esso di stampo marxista, sia esso di stampo idealista o positivista, si evince dalle parole dello stesso Montale, il quale si scaglia contro "la fondatezza psicologica del marxismo che proietta in un lontanissimo avvenire l’ipotesi della libertà umana, e in pari tempo educa l’uomo a sapersi e sentirsi agito e pensato da una forza maggiore di lui" (Dal mare, 10 agosto 1968) e continua affermando che "l’uomo realizza se stesso negandosi come tale e sommergendosi nel conglomerato sociale. [...] Che poi non fosse la stessa cosa l’essere o l’esserci, è ipotesi che sfiorò la mente solo di pochi pazzi. Su questo punto - su quello che c’è - idealisti sto- rici e filosofi del materialismo dialettico, furono tutti d’accordo. L’uomo è un animale economico e come tale deve agire e pensare." ("Corriere della Sera" del 16 ottobre 1969). In: Carpi, pagg. 167- 168.

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